Piemonte, Italia
18 agosto 1943
ore 2:45
Fa freddo di notte a 2150 metri.
Anche in agosto.
Fortunatamente aveva superato
la parte più difficile della salita.
Aveva preso la mulattiera
buia e appena tracciata a bassa quota, l’aveva seguita con difficoltà nella
foresta di pini ed era emerso sopra i milleseicento metri. Procedeva allo
scoperto ormai da più di due ore, lungo una traccia sterrata che tagliava la
montagna ad un'altezza superiore a quella dei pascoli. La luce pallida della
luna, schermata da un velo di nubi vaganti, gli consentiva di vedere a non più
di una cinquantina di passi.
Alberto Fontesa camminava
nella tenebra. Non conosceva il luogo, non aveva mai attraversato quei monti e
la tensione costante cui era stato sottoposto negli ultimi tre giorni si stava
facendo sentire nelle ossa e nei muscoli. Gli sembrava di dover attendere da un
momento all'altro un assalto. Da parte di chi, ormai non avrebbe saputo dirlo.
Oltre il metro e ottanta, il
volto facilmente confondibile tra quelli di molti altri che come lui portavano
i segni del conflitto in un sorriso teso e sottile, con una corta barba che
dava un poco sul castano e un'espressione fiera negli occhi verdi, ad appena
ventidue anni Fontesa si era ritrovato suo malgrado nella poco invidiabile
posizione di messaggero, per un ultimo tentativo di mediazione che sembrava
essere uscito dalla mente di uno stratega confinato in un manicomio criminale e
aveva accettato senza riserve il proprio destino di unica speranza di salvezza.
Dopo aver detto di si al
proprio superiore, nel breve volgere di una notte aveva smesso la divisa di
sottotenente di complemento in forza alla scuola di applicazione e acquisito i
gradi di tenente colonnello, cui non avrebbe potuto altrimenti aspirare prima
di diversi anni di carriera nell'esercito.
Sfortunatamente, compreso
nell'onore così rapidamente conquistato e che stava coraggiosamente dimostrando
di meritare, era arrivato anche un indesiderato fardello di responsabilità e la
certezza di essere stato immediatamente individuato dagli agenti avversari.
Aveva percorso la distanza che separava Roma da Torino senza mai allentare
l'attenzione e facendo ricorso a tutte le astuzie che il suo istinto di
sopravvivenza gli aveva suggerito.
Nel corso della lotta senza
quartiere che stava conducendo con accanimento da trentasei ore, era già
sfuggito a quattro attentati. E non dubitava del fatto che la parte più
difficile dovesse ancora arrivare.
Sfidando la tagliente brezza
fresca, Fontesa continuò l'ascensione, seguendo la striscia chiara, come un
cordone ombelicale destinato a portarlo in salvo. Sapeva che cosa doveva
trovare, ne aveva studiato l'aspetto sulle cartine militari, era uno dei
quattro possibili passaggi che gli erano stati concessi.
Il tuono meccanico che
proveniva da lontano lo sorprese così, a metà di questo pensiero.
Istintivamente sollevò gli occhi, prima ancora di realizzare che era inutile e
che non sarebbe mai riuscito a vedere la formazione di bombardieri proveniente
da nord-ovest.
Gli Avro Lancaster Mk1, micidiali macchine
belliche dell’aeronautica militare britannica, volavano in formazione serrata
sopra il confine tra Italia e Francia ad una quota di 3500 metri con una
velocità di oltre 300 chilometri orari.
Su ognuno di loro un disco rosso, circondato da
un anello blu e alto quanto due uomini, splendeva nella luce della luna.
Contrassegno della Royal Air Force, più conosciuta come RAF, la coccarda si
trovava nella parte finale della carlinga, preceduta dalla sigla “VN” e seguita
da una lettera identificativa di colore rosso. A prima vista poteva sembrare un
bersaglio per il tiro a segno e forse era stato dipinto sui fianchi dei
bombardieri inglesi proprio come beffarda sfida alle batterie contraeree
nemiche.
A differenza di quanto consentito ai bombardieri
degli Stati Uniti, la cui livrea spesso veniva abbellita dai piloti con
immagini ricche di colori e rappresentanti pin-up in pose ammiccanti, sugli
austeri velivoli dell’aviazione militare inglese ogni forma di
personalizzazione era assolutamente bandita. Sulla discreta verniciatura mimetica
erano consentite soltanto altre due coccarde di dimensioni ridotte posizionate
nei pressi delle estremità alari e il bordo d'attacco delle medesime bordato di
giallo.
La
squadriglia di sei elementi, partita dall'Inghilterra poco dopo l'imbrunire, procedeva
ad altezza costante e senza sforzo apparente, favorita da una leggera corrente
di quota con direzione sud-est.
A capo della formazione c’era
il capitano Charles Handley, un pilota esperto con la fama di essere allo
stesso tempo riservato e preciso nello svolgimento delle missioni che gli
venivano assegnate. In quel momento stringeva la cloche con polso fermo,
limitandosi a dare lievi correzioni, indispensabili per non scostarsi dalla
propria posizione al vertice della figura. L'obbiettivo principale si trovava
ormai a meno di sessanta chilometri e presto avrebbero iniziato la procedura di
discesa, notoriamente la fase più pericolosa di ogni volo offensivo, l’istante
in cui era necessario rendersi visibili e pregare nella buona sorte.
I componenti del suo equipaggio avevano
soprannominato il loro Avro, identificato da una anonima lettera F, Hell's
Hand, ovvero mano dell'inferno, giocando sul nome del comandante e
sull’incarico cui erano stati assegnati: seminare 4000 kg di bombe sul
territorio nemico.
Dopo meno di otto minuti la formazione in
assetto da bombardamento, con una traiettoria discendente, attraversò uno
strato di nubi sottili e soffici come bruma primaverile e finalmente le luci di
Torino apparvero sotto di loro.
Handley stava pensando che,
nonostante l’esperienza acquisita, ogni nuova missione presentava degli aspetti
nuovi e questa, più di tutte quelle compiute fino ad allora, sembrava non
somigliare a nessun’altra. Lui era l’unico a conoscenza degli ordini speciali e
la sua consegna era quella di non rivelare a nessuno le particolarità
dell’incarico.
Il capitano si voltò verso il
secondo pilota, il tenente John Leslye, per accertarsi che tutti gli strumenti
fossero sotto controllo. La minaccia della contraerea avversaria non andava
presa troppo alla leggera. Il berretto del secondo era inclinato in avanti,
come per seguire la discesa in corso e l'espressione del viso dai tratti
granitici per un attimo fece pensare al capitano di non essere stato visto.
Handley stava pensando di attirare la sua attenzione, quando ricevette in
cambio un muto cenno di assenso. Rassicurato dalla concentrazione dell’uomo
alla sua sinistra, accantonò momentaneamente ogni altro pensiero e iniziò a
muovere i comandi per allontanarsi dal resto del gruppo.
Nessuno dei sette componenti
dell'equipaggio parlò, mentre l'aereo riassumeva l'assetto orizzontale, un poco
sopra la quota prevista per il primo lancio e a più di cento metri dagli altri
Lancaster. Il segnale convenuto che ricevette lo rincuorò: il capitano poteva
essere orgoglioso dei suoi uomini.
Se anche erano in qualche
modo preoccupati, nessuno dei loro gesti, essenziali e precisi, lasciava
trasparire l'intensità del momento.
Erano stati gli inglesi,
nella prima fase del conflitto, a ideare la strategia dell’area bombing:
un bombardamento a tappeto dei centri abitati con lo scopo di incutere paura e
provocare lo sconforto della popolazione civile, nella speranza che il morale
del nemico si affievolisse. Ben presto si era passati a definire questa pratica
terror bombing, un termine decisamente più adeguato, che rispecchiava il
sentimento comune di chi si trovava asserragliato nella propria abitazione o
nei pochi rifugi antiaerei, spesso di fortuna, al buio e senza nessun conforto.
L’aeronautica militare
dell’Asse non si era certo tirata indietro, dimostrando più volte di poter
competere con i precursori di questa tecnica distruttiva. Qualche anno prima,
il 14 novembre 1940, centinaia di aerei della Luftwaffe, partiti dalla
Germania, avevano bombardato con migliaia di ordigni incendiari ad alta carica
esplosiva la città inglese di Coventry, facendo migliaia di vittime e
danneggiando più di 50 mila abitazioni. Da quel giorno “coventrizzare” divenne
un verbo che significava radere al suolo senza lasciare scampo.
Handley attese che gli altri
cinque velivoli si disponessero a loro volta secondo uno schema ormai più che
collaudato, la cui sola anomalia era la inconsueta distanza del loro
apparecchio, quasi come se si trattasse di un semplice osservatore e non di un
bombardiere gravido di esplosivo. Nuovamente assalito da un'inquietudine
sottile cui non riusciva a sfuggire e con la speranza di non essere notato, il
capitano studiò i lineamenti del suo secondo alla luce fioca degli indicatori
di bordo.
Era impossibile capire che
cosa stesse pensando.
Handley in cuor suo era certo
di potersi fidare, Leslye non avrebbe sbagliato; a bordo degli spartani aerei
militari, nel frastuono dei motori, le comunicazioni avvenivano per lo più
attraverso segni di intesa e la complicità tra compagni di volo era essenziale
per la riuscita dell’impresa. Era accaduto più volte, durante gli addestramenti
ma anche nel corso delle missioni operative nei cieli nemici, che un momento di
esitazione portasse ad un vero e proprio disastro.
In realtà i timori del
capitano erano di natura strettamente personale. Si augurò di aver compreso
bene gli ordini e di non essere lui stesso la causa di un errore irrimediabile.
Durante gli ultimi sei mesi
trascorsi in volo, prima con gli Halifax e ora con l'ultimo bombardiere
strategico concepito dalla macchina bellica britannica, durante le oltre
quaranta missioni al suo attivo, non aveva mai ricevuto istruzioni tanto
particolareggiate quanto misteriose.
Come per accertarsi che non
si fosse trattato di un curioso scherzo della propria immaginazione, sollevò la
mano destra all'altezza del cuore per controllare ancora una volta la presenza
delle quattro lettere sigillate ricevute prima del decollo da Sir Arthur T.
Harris, capo del comando bombardieri di Sua Maestà Britannica. I suoi pensieri
erano un turbine di contraddizioni. Da un lato il senso del dovere, dall'altro
il dubbio che potesse trattarsi di un tentativo azzardato.
Per quanto la sua fedeltà
alla Corona e la sua fiducia nel comandante in capo fosse fuori discussione,
Handley non aveva nessuna intenzione di sacrificare sei uomini e un apparecchio
per qualche stupido piano congegnato da un oscuro burocrate che non aveva mai
messo piede su un bombardiere. Aveva iniziato ad apprezzare quell'aereo fin
dalla prima missione, e giorno dopo giorno era arrivato a sviluppare un
insolito affetto per l'enorme e all’apparenza sgraziato apparecchio con quattro
motori che gli era stato affidato. Era una sensazione difficile da descrivere:
quando si trovava in volo si sentiva assolutamente padrone del cielo e del
proprio destino. D’altra parte, lui e la Mano Infernale non avevano mai fallito
una missione. Confortato da questa sicurezza, riprese il controllo dei propri
nervi e osservò in basso.
Non erano più soli, ormai. Lo
squadrone aveva percorso il primo giro di ricognizione e ancora prima che
questo avesse termine gli aerei erano stati illuminati a turno dalle potenti
luci della batterie contraeree.
Stranamente, da terra nessuno
dei cannoni fece sentire i propri colpi.
"Effetto Balbo",
pensò Handley. Non avrebbero rischiato di colpire qualcuno dei loro velivoli,
non prima di avere l'assoluta certezza sull'identità del bersaglio.
Italo Balbo, ambizioso,
grande organizzatore, coraggioso, era stato senza dubbio il più brillante tra i
giovani dotati di cui il Duce all'inizio si era circondato. La sua nomina, il
26 novembre del 1933, a Governatore della Libia, fu la conseguenza della sua
popolarità, divenuta eccessiva. Il Duce non amava avere vicino personaggi
dotati di personalità troppo spiccata e la Quarta Sponda era il luogo ideale in
cui relegare, peraltro con onore, un uomo che rischiava di far ombra al Capo.
Nel corso del diciottesimo giorno di guerra, dopo aver compiuto un volo di
missione assieme ad un altro trimotore, Balbo era giunto nei pressi di Tobruk,
mentre sull'aeroporto -secondo la relazione resa nota dagli alti comandi
militari fascisti- stavano cadendo delle bombe sganciate da bombardieri inglesi
in volo ad alta quota. Quasi sulla verticale dell'aeroporto l’aereo di Balbo fu
investito da svariati colpi da parte delle batterie costiere e
dell’incrociatore San Giorgio. Fu così che l'artiglieria italiana abbatté in
volo colui che era stato ministro dell’aeronautica.
Gli inglesi avevano
beffardamente ribattezzato l’aviazione del Duce “l’armata delle farfalle”.
Dalla sua postazione a lato
di Handley, con le mani mollemente adagiate sui comandi che non aveva mai avuto
occasione di usare nelle ultime due ore, il tenente Leslye aveva osservato il
movimento degli altri bombardieri con il viso corrucciato di un bambino cui
nella notte di Natale è stato sottratto l'albero con tutti i doni.
"Dobbiamo restare
qui?" domandò con un gesto rapido della mano sinistra.
La risposta di Handley non si
fece attendere, sovrastando per un attimo il ruggito dei propulsori. "Si,
sorvoleremo la trota* senza intervenire".
Appena dietro, sedevano il
tenente Arnold Bell, ufficiale di rotta, e David Barnes, il tecnico militare
incaricato di seguire il movimento della contraerea. Fra tutti i componenti
dell'equipaggio, sembrava l'unico in grado di apprezzare quel ruolo di
osservatori passivi, non privo di rischi ma certamente meno stressante di
quello riservato quella notte ai loro colleghi.
Improvvisamente, prima che il
turn-around fosse terminato, i tre Lancaster di testa sganciarono parte del
loro carico. Il quarto e il quinto li imitarono con un lievissimo ritardo.
Per quanto veterani con alle
spalle numerosi missioni, nessuno nel Hell's Hand poté evitare di guardare. I
pesanti involucri di metallo imbottiti di tritolo, invisibili a tutti,
raggiunsero il suolo in pochi secondi. Il bagliore delle esplosioni a terra si
susseguì formando una striscia luminosa come perle di una collana e il suono
delle deflagrazioni superò per un istante quello dei 4 potenti motori Rolls
Royce Merlin da 1303 cavalli l'uno.
Alleggeriti di buona parte
delle 4 tonnellate di carico, i cinque bombardieri inglesi si sollevarono un
poco, per poi ricominciare il tragitto e ripetere il bombardamento, stavolta in
senso inverso. Come se fossero stati caricati da decine di arieti infiammati, i
bersagli militari, le fabbriche, le case e tutto ciò che vi era contenuto,
deflagrarono per la seconda volta e attraverso i finestrini l'equipaggio del
sesto Lancaster assistette nuovamente alla risalita dei compagni di volo
schierati in perfetta formazione.
Leslye studio Handley per un attimo. Gli
occhi del comandante sembravano stanchi, ma brillavano per l'attesa.
* "Char", che in
inglese significa trota a macchie rosse, era il nome in codice che gli alleati
avevano assegnato alla città di Torino.
"Tocca a noi", disse il comandante.
Il tenente annuì, istantaneamente ricaricato
dalla prospettiva dell'azione imminente, e dettò rapidamente dei dati
all'ufficiale alle sue spalle.
Il Lancaster isolato seguì
una traiettoria circolare tutto intorno alla collina, apparentemente
impassibile davanti alla prospettiva di essere colpito. Con una lentezza
angosciante si abbassò ancora, puntando verso sud.
Soltanto Handley sapeva che cosa
cercare. Era estremamente rischioso affidare una simile ricerca ad un uomo
soltanto, e chi aveva pianificato l'azione doveva averne tenuto conto senza
alcun dubbio, ma nella mente di Handley la segretezza imposta dagli alti
comandi non fu messa in discussione neppure per un istante.
"Lei, e solo lei,
capitano. Si ricordi che nessun altro deve essere a conoscenza di ciò che
andiamo cercando" Questa e le altre raccomandazioni ricevute prima
della partenza tornarono improvvisamente ad affollare i pensieri di
Handley.
Il quale si sforzò di
ignorare i riflessi sul vetro e cercò di forare con lo sguardo il velo nero e
profondo che si stendeva oltre il muso affusolato. I piccoli punti luminosi,
disposti secondo un ordine prestabilito, stavano per sfuggire agli occhi un
poco offuscati del capitano, che quando li vide strinse le palpebre per essere
sicuro di non sbagliare nel decifrarli.
"Due", disse ad
alta voce. “Sganciare”
Le istruzioni prevedevano un
lancio da 1500 chilogrammi su uno specifico punto, lontano dal centro della
città devastata. Esattamente sopra alla segnalazione luminosa.
Senza attendere il suono dell'impatto, un solo
istante dopo che il fischio sinistro delle bombe sganciate era cessato, l'aereo
siglato VN/F si allontanò dalla rotta prestabilita e sorvolò la collina di
Superga. Dal basso, le fiammate dei pezzi di artiglieria puntati su di loro si
confondevano con il baluginare dei focolai d'incendio che si stavano propagando
in tutta Torino.
Con tutta la grazia concessa
ad un apparecchio con 31 metri di apertura alare e 25.000 chilogrammi di
stazza, Handley allargò la traiettoria riportandosi in coda alla formazione che
si stava già allontanando, seguendo lo stesso percorso compiuto all'andata.
Poi ordinò a Leslye di
prendere i comandi.
Nessuno sollevò lo sguardo,
nella cabina invasa dal rumore assordante dei motori spinti al massimo per
sfuggire al cannoneggiamento nemico, ma tutti videro con la coda dell'occhio
Handley estrarre dalla tasca interna della giacca le buste e stracciare il
bordo di quella contrassegnata dalla lettera B.
Facendosi luce con una torcia
che fino a quel momento era rimasta incastrata nell'alloggiamento tra i due
sedili, il capitano prese visione del contenuto, un singolo foglio con poche
parole dattiloscritte, e infine annuì. Poi si rivolse agli altri, senza parlare
a nessuno in particolare.
"Seguire la rotta di ritorno. La nostra
missione sta per cominciare e non abbiamo molto tempo."
Ormai si aspettava di vederlo
apparire da un momento all'altro.
Al suo sguardo sbarrato si
presentò dapprima come un profilo quasi indistinguibile, poi sempre più nitido,
come un'immagine fotografica che emerge nello sviluppo e viene a formarsi
davanti agli occhi.
Si fermò per un istante. Non
temeva di avere sbagliato, ma nel suo cervello continuava a mulinare la giostra
delle possibili eventualità che si sarebbero potute creare.
Aveva assistito al passaggio
dei bombardieri nemici verso Torino senza riconoscerne il tipo dal rumore dei
motori che ne avevano rivelato la presenza. Avevano terminato la prima parte
della loro missione, lo aveva capito quando aveva sentito in sottofondo il
rombo sommesso delle esplosioni, simile al borbottio di un temporale lontano,
ma immensamente più inquietante. Avevano colpito nel tentativo di eliminare una
determinata persona, un solo uomo in fuga a causa del quale l'intera città
aveva sofferto in quella notte sabbatica. Le bombe inglesi erano per lui, ne
era certo.
Scacciò questi pensieri e si
concentrò sulla costruzione che aveva di fronte.
Si trattava del migliore
esempio di fortificazione costruita a ridosso del confine con la Francia, a
giudicare dalle planimetrie cui aveva potuto accedere.
Le quattro postazioni di
combattimento, unite nel sottosuolo da un reticolo di cunicoli di comunicazione
e costruite in calcestruzzo compatto offrivano un'adeguata protezione contro i
tiri di sfondo. La posizione principale, disposta al centro, disponeva di
quattro cannoniere per pezzi di piccolo calibro e di altrettante mitragliere.
La disposizione tattica si apriva a ventaglio in modo da disporre di un ampio
angolo di tiro, sufficiente ad impedire di essere colpiti da più punti. Oltre
alle numerose riservette singole, al livello inferiore si trovava un deposito
principale per le munizioni, scavato nella viva roccia, su cui poggiava
l'intera struttura.
Fontesa sapeva che numerosi
elementi della truppa, su un totale di trentaquattro soldati del Regio Esercito
Italiano di stanza nel forte, erano impegnati nell'avvistamento. Di li ad un
istante lo avrebbero notato.
Si rallegrò delle
informazioni in suo possesso, di certo il comandante della fortezza non lo
avrebbe condotto a fare un giro di cortesia. Si aspettava un'accoglienza
formale, commisurata al grado.
Lui, dal suo canto, non desiderava altro.
Prima del sorgere del sole avrebbe ricevuto il messaggio conclusivo, l'ultima
informazione necessaria per portare a termine la missione che gli era stata
affidata.
Ancore poche ore e sarebbe finita.
Cercò di rilassarsi, ma fu inutile. Pensò che
per tranquillizzarlo non sarebbero bastate queste poche certezze, messe a
confronto con i troppi dubbi irrisolti e con le incognite che presto avrebbe
dovuto affrontare.
E poi: poteva la fortificazione 15 bis, postazione
di Pampalù, a sei chilometri dal confine francese, rappresentare un adeguato
rifugio per lui?
Era arrivato il momento di
farsi vedere. Avanzò ancora di un passo, fece scattare i talloni l'uno contro
l'altro e rimase immobile.
"Altolà, chi va la?"
La voce forte e decisa perforò il velo oscuro per giungere fino alla figura
stagliata contro il cielo.
"Tenente colonnello
Alberto Fontesa"
Si udirono svariati comandi
rimbalzare dietro alla feritoia di avvistamento, voci che si affievolivano,
allontanandosi fino a scomparire nelle viscere della postazione.
"Altolà" L'ordine
fu ripetuto con minore convinzione.
Dopo meno di un minuto,
contrariamente a quanto si era aspettato, la luce di un faro a gasogeno lo
illuminò in pieno. Fontesa si irrigidì nuovamente in una posa simile ad un
saluto militare. Da dietro al cono luminoso si fece avanti un'ombra di cui non
riusciva a scorgere il viso, ne l'uniforme.
"Tenente colonnello, si
faccia riconoscere"
Per quella missione
misteriosa non era stata assegnata nessuna parola d'ordine assurda o ridicola.
Mostrò la tessera avuta a Roma due giorni prima, che lo qualificava “in
missione per conto di Sua Maestà il Re" e fu l'uomo che aveva di fronte a
scattare sull'attenti.
"Tenente Veronese ai
vostri comandi, signore"
La procedura fa acqua da
tutte le parti, pensò Fontesa. Era troppo stanco per pensare a
quanto era rischioso affidare la propria vita ad un tesserino. Qualunque agente
nemico poteva averlo aggredito, torturato, costretto a rivelare ciò che sapeva
e infine aver preso il suo posto.
Non c’erano fotografie del
suo aspetto attuale e se questo in un primo tempo lo aveva tranquillizzato,
perché secondo il piano che gli era stato imposto doveva rappresentare un
vantaggio muoversi da perfetto sconosciuto, ben presto Fontesa si era reso
conto del rovescio della medaglia: non ci sarebbe stato nessun sistema sicuro
per evitare uno scambio di persona.
Fu costretto a ripetersi che
tutto stava andando per il meglio, almeno fino a quel momento.
"Conducetemi dal
comandante della postazione"
Veronese si fece da parte,
cedendo il passo. Inquadrato nel vano della pesante porta corazzata che si
apriva sul fianco della torretta, un uomo in divisa da capitano attendeva
pazientemente.
"Siete il tenente
colonnello Alberto Fontesa?"
"Sono io"
Il militare si esibì nel suo
migliore saluto, che come i precedenti si perse nel silenzio del bosco. Era
alto quasi quanto Fontesa e di aspetto giovanile. Doveva essere arrivato da
poco in quel luogo: la divisa della giusta misura aveva ancora tutti i bottoni
allineati e i pantaloni sembravano appena stirati.
"Ho ricevuto il
dispaccio con la notizia del vostro arrivo. Sono il capitano Rinaldi"
"Comandate
l'avamposto?"
"Solo per il momento.
L'ordine di servizio mi autorizza a condurre le operazioni fino alla vostra
partenza. Spero che questo non sia un problema, che non ci sia nulla in
contrario…"
"No, per niente",
lo interruppe Fontesa.
Un campanello d’allarme aveva
iniziato a suonare nella mente di Fontesa. Un giovane capitano insicuro e di poca
esperienza lasciato senza ordini precisi a guida di una postazione di
importanza strategica…dove si trovava il comandante in capo? Aveva avuto
sentore del pericolo che il passaggio di Contesa poteva rappresentare e aveva
lasciato il luogo per sicurezza? Oppure era stato rimosso frettolosamente per
evitare il suo coinvolgimento? Altri dubbi che difficilmente avrebbero avuto
una risposta, concluse Fontesa tra sé e sé.
I due soldati di picchetto con il moschetto a
tracolla si scostarono e lasciarono entrare i tre ufficiali nell'angusto
passaggio.
Il corridoio principale si
apriva sulla destra, di fronte alle due feritoie di avvistamento, a lato del
camminamento protetto che metteva in collegamento il corpo principale con le
altre torrette. Era scavato nella roccia, scendeva con una discreta
inclinazione e aveva gradini grezzi dall'alzata ridotta a pochi centimetri.
Fontesa cercò di orientarsi nella penombra.
L'illuminazione proveniva da un locale al
fondo del cunicolo, dove si diressero subito. Il percorso di discesa proseguiva
sulla sinistra per altri due livelli, da quanto aveva potuto ricavare dalle
planimetrie. Una volta entrato nella camera sotterranea, Fontesa rimase colpito
dalle pareti, lisce e bianche, che delimitavano un vano a forma di cubo di quattro
metri per quattro con al centro una scrivania di legno grezzo e due sedie.
"L'arredamento è
spartano, capirete..." Veronese, che era rimasto per ultimo, si fermò
sulla soglia, come per impedire che qualcuno potesse disturbarli. Fontesa e
Rinaldi si sedettero, uno di fronte all'altro, il tenente colonnello fece
scivolare gli spallacci dello zaino verdastro e con sollievo riacquistò la
sensibilità dei muscoli intorpiditi. Adagiò il fardello con cura sul pavimento
di roccia grezza senza segni di umidità e squadrò il suo anfitrione.
"Avete avuto problemi
nel rintracciare la posizione?", domandò il capitano.
Fontesa trovava abbastanza
inutile quella deferenza, e avrebbe voluto abbandonare l’uso del “voi”, inoltre
avrebbe voluto rispondere che non si trattava di questioni rilevanti e che per
loro era meglio conoscere il meno possibile di tutta la faccenda. Poi decise di
non mettersi immediatamente in contrasto.
Quegli uomini non lo
sapevano, ma stavano mettendo a repentaglio la loro vita per lui.
"Nessun problema. Senza
mostrine sono passato indisturbato. L'ultimo ad avermi visto quando era ancora
giorno è stato un contadino seduto sulla soglia di una baita, qualche centinaio
di metri più in basso. Ma non si è interessato a me, ne alla direzione che ho
preso. Ho avuto cura di seguire un percorso che mi permettesse di rimanere al
riparo nella foresta, e mi sono fermato più volte per assicurarmi che nessuno
mi stesse seguendo"
"Se lo desiderate
possiamo condurvi nella sala adibita a mensa ufficiali. O preferite riposare?"
Fontesa avrebbe volentieri
dato un occhio per poter trascorrere le successive ventiquattro ore in una
stanza buia e insonorizzata. Invece sollevò il mento e parlò cercando di
mascherare la stanchezza che lo aveva assalito nel momento stesso in cui si era
seduto.
"Nessuna delle due cose. Partirò al più
presto, attendo un messaggio entro le sei e per stanotte non ho bisogno di
nessun riguardo particolare"
Il tenente Veronese
tossicchiò nervosamente per attirare l'attenzione. "Riprendo la mia postazione
in avvistamento", disse.
Fu congedato con un rapido cenno di mano di
Rinaldi.
La sensazione di costante
pericolo che aveva provato fino alla nausea, la sgradevole consapevolezza di
trovarsi allo scoperto in cima ad una collina a pochi minuti dall'arrivo di un
tornado, riaffiorò in Fontesa.
"Avete notato movimenti
nelle ultime ore?", domandò.
Sentì, più che vederla
veramente, una lieve esitazione nel comandante. Rammentò di aver avuto lo
stesso scrupolo meno di due minuti prima e non vi prestò particolare
attenzione.
"Nessuno. Ne in entrata
ne in uscita"
Nessuno. Tranne uno stormo di
bombardieri che sfrecciano sopra le nostre teste,
pensò Fontesa.
Quasi come per materializzare
il suo pensiero, un urlo di allerta scosse il piano superiore. Fontesa ostentò
tranquillità e fu quasi sul punto di prendere una sigaretta dal proprio
taschino, come per esorcizzare la presenza che ormai aveva iniziato a percepire
sotto la pelle, prima ancora che l'udito potesse confermagliela.
Rinaldi corse di sopra, senza
curarsi dell'ospite. Il soldato nella prima torretta lo accolse con un ghigno
indefinibile.
"Apparecchi nemici in avvicinamento,
signore"
Il capitano si sentì chiamare
da basso. L'ufficiale riapparve nell'ufficio disadorno in pochi secondi, un
poco trafelato.
"Nessun problema,
tenente colonnello, abbiamo un oscuramento pressoché totale. E la postazione è
già stata bombardata altre volte, senza riportare danni."
Poi si bloccò. Perché se in
un primo tempo non aveva fatto caso più di tanto all'arma che Fontesa stava
controllando e che sorreggeva con la mano sinistra puntandola contro il
soffitto, ora si era reso conto che qualcosa non andava.
Non si trattava della normale
arma d'ordinanza. Rinaldi aveva potuta vederla solo due volte nella sua
carriera nell’esercito, ma non ebbe dubbi nel riconoscerla.
Una Brownin F.N. High Power.
La pistola, progettata a
partire dal 1923 dietro precisa richiesta del Ministero della Guerra francese,
era una delle più ricercate ed apprezzate armi automatiche. Disponeva di un
caricatore da 13 colpi ed era nota per il limitato rinculo quanto per l'estrema
precisione.
Faceva parte della dotazione
militare di svariati paesi, nessuno dei quali era alleato con l’Italia.
E un esemplare adesso si
trovava nelle mani di un ufficiale del Regio Esercito.
Rinaldi scrutò il volto del
superiore in attesa di un cenno che gli consentisse di capire meglio, ma
l'espressione decisa non lasciava trapelare la minima emozione.
"Ascoltatemi con
attenzione." Fontesa parlò senza alzare gli occhi dall'arma. "Devo
riferirvi una notizia della massima importanza. Riguarda la mia possibile
morte. E sopratutto ciò che ne potrebbe seguire"
Il viso di Rinaldi si
irrigidì sempre più, mentre il tenente colonnello esponeva i dettagli di
un'operazione che andava al di là di ogni possibile immaginazione.
Sfavoriti dal vento, i
quadrimotori inglesi avevano percorso il tragitto in un tempo maggiore che non
all'andata. Il Lancaster con la sigla VN/F, si trovava fuori dallo formazione
ma stavolta in coda. Dove i suoi movimenti sarebbero stati notati di meno dagli
altri componenti dello squadrone.
Il capitano Handley accennò
al secondo pilota, che strinse i comandi con rinnovato vigore. Era il momento
di comunicare il bersaglio. Il primo dei tre elementi addetti al puntamento
ricevette le informazioni senza battere ciglio. Non gli importava più di tanto
quale era il loro obbiettivo, gli restava soltanto da risolvere il problema di
come individuarlo con una certa approssimazione.
Il comandante cercò di essere
il più preciso possibile. "Le tre luci saranno a più trecento, duecento e
cento, chiaro?"
"Chiaro. Sarà come
sputare in un lavandino tenendo la fronte sul rubinetto. Non posso
sbagliare", rispose l'altro.
Handley si augurò che non si
trattasse di una spacconata. Conosceva l'uomo soltanto da due missioni, si
sarebbe fidato più di Gorgh o di Rutherford, ma anche riguardo questo
particolare gli ordini erano stati assegnati con estrema precisione.
Quello doveva essere il
puntatore e lui non si sarebbe certo opposto.
Handley tornò al suo posto e si sistemò come
meglio gli consentiva il seggiolino, non prima di aver avvisato Leslye che ci
sarebbero voluti alcuni passaggi ripetuti. Dopo meno di venti secondi udirono
il comando impartito dal militare dietro a loro e la prima delle cinque bombe
rimaste a bordo iniziò la discesa verso terra. La mano dell'inferno aveva
ricominciato a seminare morte e distruzione.
Nella torretta principale,
identificata dal numero Tre, Rinaldi scrutava la porzione di cielo visibile al
di là dalla sottile feritoia.
Mentre ascoltava il suono
cupo dei motori e il turbinare delle eliche sempre più vicine, segno
inequivocabile che il bersaglio era proprio il Pampalù, nella sua mente
riecheggiò il contenuto della rivelazione appena udita da Fontesa, in
particolare le ultime parole.
Forse aveva ragione. Una postazione difensiva
pensata e costruita per sopportare i colpi di cannone dell'avversario posto di
fronte poteva cedere ad un bombardamento aereo.
Maledizione,
pensò Rinaldi, sono qui da nemmeno un giorno e sto per collaudare sulla mia
pelle la tenuta di questo cemento.
Poi la rigida istruzione
ricevuta all'accademia militare ebbe il sopravvento; decise di non pensare
all'eventualità peggiore, la perdita dei suoi uomini, e cercò di concentrarsi
su quello che restava da fare.
Con una logica dettata più
dall’istinto che dall’esperienza, aveva assegnato una postazione precisa e
compiti equiparati alle personali esperienze a tutti i soldati e purtroppo il
pensiero che non avrebbero avuto modo di contrastare l'attacco con un
cannoneggiamento contraereo, compito per cui la fortezza non era stata pensata,
gli fece tornare alla mente le più funeste profezie.
Soltanto la solidità della
struttura poteva salvarli.
Non perse tempo a domandarsi
perché proprio loro erano stati scelti per dover subire un simile destino, ma
ebbe modo di riflettere per alcuni lunghi momenti su come, a dispetto
dell'assoluta invisibilità regalata dalla notte, gli aerei inglesi avevano
potuto puntare su di loro con tanta sicurezza. Attese con una freddezza che non
credeva di possedere la fine del primo sibilo e la deflagrazione.
Rinaldi non poteva saperlo,
ma le bombe inglesi che erano state destinate a loro disponevano, oltre che di
un'enorme quantità di esplosivo, di un'ogiva estremamente pesante e di alettoni
angolati in maniera tale da farle ruotare su se stesse durante la caduta. In
questo modo la bomba diveniva come un'enorme punta di trapano in grado di
penetrare il terreno per diversi metri. Una spoletta ritardata la faceva allora
brillare con risultati devastanti.
Così, dopo il suono sordo
provocato dall'impatto con il suolo, per un breve momento colmo di panico e
sgomento, tutti pensarono che il primo ordigno fosse difettoso e che non
sarebbe esploso.
Non ci fu neppure il tempo di
un respiro.
Fu come se un immenso pugno
avesse colpito la postazione, giungendo dalle viscere della montagna. Rinaldi
sentì l'urto senza poter realizzare ciò che stava accadendo, ed ebbe la
sconvolgente impressione che i suoi organi interni si fossero improvvisamente
messi a correre.
Tutti gli uomini nel suo
raggio visivo caddero a terra e lui riuscì a non perdere l'equilibrio soltanto
aggrappandosi al bordo della feritoia. Le urla che provenivano dal secondo e
dal terzo livello gli rivelarono che qualche muro interno era crollato,
travolgendo dei soldati. Gli uomini rimasti a quel piano pensarono soltanto a
coprirsi in vista di ulteriori colpi. Più in basso, coloro che erano ancora
vivi si misero immediatamente all'opera per cercare di estrarre i compagni
dalle macerie e per crearsi un varco verso la superficie.
Rinaldi si rammaricò di non
poter fare niente per loro e nel medesimo istante il secondo fischio giunse
alle sue orecchie.
Fu meno lungo del primo. A
causa del perdurare del rombo precedente i suoi timpani si erano accorti del
suono soltanto nell'ultimo stadio di avvicinamento. Questa seconda bomba ebbe
un effetto ancora più devastante. L'aria fu spazzata da un pandemonio di morte
ululante e brutale. Le schegge provenienti dal basso raggiunsero due uomini
alla sua sinistra, allargando ampie macchie rosse sulle divise ormai sporche di
polvere grigia.
Anche colpendo un poco a lato
della struttura, gli ordigni riuscivano comunque a spazzare le pesanti pareti e
a provocare una reazione a catena lungo tutti i camminamenti, sconvolgendo
contemporaneamente le quattro postazioni. Fontesa apparve dalla scala con il
volto graffiato.
"Tornate di sotto!"
Rinaldi urlò con tutto il fiato che ancora gli era rimasto nei polmoni e il
suono ovattato della propria voce che rimbalzava nella torretta gli diede la
consapevolezza di essere diventato parzialmente sordo.
"Stanno distruggendo la
postazione facendo esplodere le camere interrate. Fate uscire gli uomini"
Le labbra di Fontesa gli consegnarono un messaggio che ben conosceva, avendo
già preso in considerazione l'eventualità.
A Rinaldi sembrava di vivere
un incubo. Gli attraversò la mente l'immagine della riserva di munizioni che
veniva centrata ed esplodeva scaraventando l'intera struttura giù dalla montagna
in un rigurgito di fuoco degno di un vulcano in attività.
Doveva fare qualcosa.
Un sibilo quasi identico ai
precedenti gli impedì di agire.
Questo sembrava doppio, come
se avessero sganciato due ordigni contemporaneamente. L'ondata di fuoco si
abbatté sul Pampalù con la potenza di un terremoto. L'impatto, seppure
annunciato, colse i sopravvissuti di sorpresa.
Il rombo cupo e la vibrazione
iniziale squassarono la fortezza aprendo minacciosi varchi nel fianco delle
pareti di cemento. Il fumo eruttò dai livelli inferiori, annunciando le
prossime deflagrazioni provocate dalle munizioni ammassate nei depositi.
Centinaia di chilogrammi di cemento, ferro, legno furono scaraventate in ogni
direzione rimbalzando all'impazzata sulla roccia e facendola risuonare sinistramente.
Con la forza dettata dalla disperazione, Rinaldi ignorò le vibrazioni che gli
stavano facendo battere i denti e urlò in direzione dell'unico soldato rimasto
in piedi al suo fianco.
"Cristo...Vai alla
torretta Due, fai evacuare l'intera struttura. Devono uscire tutti!"
Non si augurava di trovare
qualcuno vivo nelle altre torrette ormai, la Tre era di tutte la più
fortificata, ma doveva almeno tentare. L'ordine di abbandono era rimasta
l'ultima delle opportunità cui fare appello, un tentativo che gli avrebbe
attirato addosso infamia e disonore. Ma almeno avrebbe salvato qualche uomo.
"Forse possiamo impedire
alle munizioni di esplodere svuotando la cisterna" disse ad alta voce.
Intorno a lui nessuno si
mosse, i corpi ricoperti di calcinaccio rimasero immobili.
"Maledizione!"
Fontesa ruggì stringendosi il fianco con un braccio. Si ritrovava in piedi su
una montagnola di detriti e di cadaveri, gli abiti stracciati in più punti e lo
sguardo incredibilmente calmo. Una macchia di colore granata si stava
allargando lentamente sul suo ventre.
"E' grave?"
"Preferisco non saperlo.
Ricordatevi di ciò che ho detto. Questa carneficina non deve svolgersi per
niente, il nemico non deve averla vinta su di noi. La missione ha troppa
importanza, mi dispiace non potervi dire di più."
I brandelli della frase del tenente colonnello
si raggrupparono nel giro di due secondi nella mente di Rinaldi, che deponendo
il rispetto dovuto al superiore rispose sprezzante.
"Se ne avrete voglia lo
farete quando sarà tutto finito, a me adesso non interessa"
"Invece dovrebbe, stiamo
cercando di salvare l’Italia"
Un altro proiettile, come un
portatore di morte annunciato, stava per investirli.
Il soldato riapparve, zoppicando
visibilmente, con un fazzoletto stretto contro la tempia a tamponare
un'emorragia copiosa.
"Capitano, di sotto sono
tutti morti. Nessuno è riuscito a salvarsi" Rinaldi non ebbe bisogno di
ragionare, era giunto alla medesima conclusione sin da prima.
"Dio, è una cosa
incredibile. Non sono sicuro che per salvare questo paese si debbano far morire
i nostri giovani migliori. Dia l’ordine, caporale! E' il momento di uscire" Le parole del
capitano solcarono il silenzio sceso nell'avamposto fatto a pezzi.
Avevano dimenticato l'ultimo
sibilo.
L'angolo in cui si trovava la
massiccia porta rinforzata che conduceva verso l'esterno, verso cui i tre si
erano rivolti, scomparve in un attimo trasformandosi in una nube di frammenti
infiammati. L'onda d'urto investì di striscio Rinaldi, che si trovava davanti a
Fontesa. Furono entrambi spinti contro la parete già abbondantemente provata
dagli scoppi. Il soldato semplice si dissolse, squarciato dall'immensa mannaia
che lo travolse in pieno. Massicci frammenti di cemento rotearono nello spazio
ristretto, scontrandosi tra loro prima di cadere rimbalzando e rotolando verso
il corridoio inclinato. Il fumo grigio sprigionato dal materiale infiammabile
si sparse in ogni dove, mescolandosi al nero della notte.
Poi, tutto ebbe fine.
Al pari delle altre torrette,
la numero Tre appariva come un crivello fumante e baluginante di fuochi che
presto si sarebbero dissolti nel nulla e il rombo ovattato degli apparecchi
inglesi lasciò la valle di Susa per fare ritorno alla base di partenza.
L'interno della fortezza, o
almeno ciò che ne era rimasto, era un groviglio indescrivibile e grottesco di
ferro contorto e squarciato, di blocchi di cemento frantumati e anneriti e di
corpi senza vita orrendamente mutilati. Il silenzio era rotto soltanto dal
crepitare del materiale infiammabile che si consumava lentamente.
Le deboli fiammelle rossastre illuminavano la
scena dando all’insieme un aspetto spettrale. Su tutto aleggiava un pesante
senso di desolazione, alimentato dal pensiero di quanta sofferenza avevano
provato gli uomini che erano morti in quel luogo.
Fontesa, rovesciato a terra
dall’onda d’urto dell’ultima e definitiva esplosione, sommerso dai detriti,
scostò il frammento che gli impediva di muovere il braccio sinistro, appena in tempo
per rendersi conto che si trattava della testa del capitano Rinaldi.
Rimpianse di essere stato causa di quella
distruzione e si pentì di non essere morto anche lui, come gli uomini cui era
toccato di pagare quel conto troppo alto.
Al colmo della disperazione,
si sentiva schiacciato dalla consapevolezza che tutto fosse finito. In ogni
senso.
Il dolore che si irradiò
dalla schiena fece pensare ad una frattura definitiva, invece riuscì a mettersi
seduto, constatando di poter ancora muovere il braccio destro e di possedere
un'adeguata sensibilità alle gambe. Il corpo del capitano aveva fatto da scudo
ed evitato danni peggiori.
Doveva a quell'uomo e alla
sua truppa più che la vita. Dopo poco più di un minuto trascorso a liberarsi
dal materiale che gli intralciava i movimenti, riuscì ad alzarsi in piedi.
Con un lampo degli occhi
verdi, scrutò verso il corridoio, rinvigorito dalla prospettiva di vendicare
quelle morti e di portare a termine la missione che gli era stata affidata.
Stava per avviarsi alla ricerca del proprio zaino, quando l'istinto che lo
aveva avvisato dell'arrivo dei bombardieri gli rivelò nuovamente che il
pericolo era lì, vicino a lui.
Evitò di domandarsi di che
cosa si trattava, non fece altro che estrarre la F.N. High Power ed accucciarsi
a terra, non senza che una serie di dolorose fitte gli ricordasse ancora una
volta ciò che era accaduto.
Non avrebbe retto un colpo di
più.
Gli inglesi avevano fatto un
bel lavoro.
L'uomo vestito da contadino
si avvicinò lentamente ai resti della postazione, aggirando brandelli di
uniforme, parti di armi tranciate e intere sezioni di parete scagliati in aria
dalle deflagrazioni e ricaduti pesantemente a terra.
Una vera e propria voragine si apriva di fronte a quella che era
stata l'entrata della torretta numero Tre, la più vicina al sentiero da cui era
arrivato. La struttura si presentava come un guscio d'uovo, aperto da un
pulcino frettoloso e subito abbandonato al suo destino.
Il contadino decise di non
correre rischi e nella sua mano apparve un revolver di fabbricazione italiana.
A meno di dieci passi dalla grande buca, i suoi occhi si abituarono alla poca
luce e realizzò ciò che restava di tutto l'insieme.
La fortezza era scomparsa.
Pareva risucchiata dalla roccia, masticata dalla stessa montagna su cui aveva
fatto affidamento e su cui aveva poggiato le proprie fondamenta. E il pasto non
era stato di totale gradimento, perché parte dello scheletro annerito era stato
vomitato, questa fu la sua impressione. Ma il suo interesse era un altro.
Si guardò ancora intorno,
alla ricerca di tracce di vita. Niente.
Ma per averne la certezza
doveva necessariamente fare violenza sul proprio istinto di conservazione ed
entrare.
Al primo passo verso quello
che era stato il muro perimetrale esterno, udì un suono che non avrebbe dovuto
esserci. Lo scatto di una pistola automatica. Possibile?
Scelse di non rischiare e
rimase fermo, parzialmente invisibile dietro alla cortina fumogena formata
dalla polvere di cemento che soltanto in quel momento stava cessando di vagare
e si stava posando a terra.
La figura nera si stagliò
contro l'orizzonte fatto di stelle, oltre il pendio degradante che portava
verso la Francia. Apparve all'improvviso e il contadino si domandò se non era
già stata lì fin dal primo momento, senza essere vista.
Non ci furono parole.
Le due sagome umane si
fronteggiarono per un lungo istante senza potersi riconoscere.
Entrambi i profili rivelavano
il braccio destro alzato per mirare.
Il richiamo stridulo di un
rapace notturno fu il loro segnale. Due spari gemelli echeggiarono nel pianoro
dove fino a pochi minuti prima si era scatenata una devastante ondata di fuoco
e risuonarono minuscoli al confronto con l'orgia distruttiva appena terminata.
Dei due, uno soltanto rimase
in piedi.
Nessun commento:
Posta un commento