domenica 14 giugno 2015

LA FINE DELLA FORTEZZA


Piemonte, Italia
18 agosto 1943
ore 2:45


Fa freddo di notte a 2150 metri.
Anche in agosto.
Fortunatamente aveva superato la parte più difficile della salita.
Aveva preso la mulattiera buia e appena tracciata a bassa quota, l’aveva seguita con difficoltà nella foresta di pini ed era emerso sopra i milleseicento metri. Procedeva allo scoperto ormai da più di due ore, lungo una traccia sterrata che tagliava la montagna ad un'altezza superiore a quella dei pascoli. La luce pallida della luna, schermata da un velo di nubi vaganti, gli consentiva di vedere a non più di una cinquantina di passi.
Alberto Fontesa camminava nella tenebra. Non conosceva il luogo, non aveva mai attraversato quei monti e la tensione costante cui era stato sottoposto negli ultimi tre giorni si stava facendo sentire nelle ossa e nei muscoli. Gli sembrava di dover attendere da un momento all'altro un assalto. Da parte di chi, ormai non avrebbe saputo dirlo.
Oltre il metro e ottanta, il volto facilmente confondibile tra quelli di molti altri che come lui portavano i segni del conflitto in un sorriso teso e sottile, con una corta barba che dava un poco sul castano e un'espressione fiera negli occhi verdi, ad appena ventidue anni Fontesa si era ritrovato suo malgrado nella poco invidiabile posizione di messaggero, per un ultimo tentativo di mediazione che sembrava essere uscito dalla mente di uno stratega confinato in un manicomio criminale e aveva accettato senza riserve il proprio destino di unica speranza di salvezza.
Dopo aver detto di si al proprio superiore, nel breve volgere di una notte aveva smesso la divisa di sottotenente di complemento in forza alla scuola di applicazione e acquisito i gradi di tenente colonnello, cui non avrebbe potuto altrimenti aspirare prima di diversi anni di carriera nell'esercito.
Sfortunatamente, compreso nell'onore così rapidamente conquistato e che stava coraggiosamente dimostrando di meritare, era arrivato anche un indesiderato fardello di responsabilità e la certezza di essere stato immediatamente individuato dagli agenti avversari. Aveva percorso la distanza che separava Roma da Torino senza mai allentare l'attenzione e facendo ricorso a tutte le astuzie che il suo istinto di sopravvivenza gli aveva suggerito.
Nel corso della lotta senza quartiere che stava conducendo con accanimento da trentasei ore, era già sfuggito a quattro attentati. E non dubitava del fatto che la parte più difficile dovesse ancora arrivare.
Sfidando la tagliente brezza fresca, Fontesa continuò l'ascensione, seguendo la striscia chiara, come un cordone ombelicale destinato a portarlo in salvo. Sapeva che cosa doveva trovare, ne aveva studiato l'aspetto sulle cartine militari, era uno dei quattro possibili passaggi che gli erano stati concessi.
Il tuono meccanico che proveniva da lontano lo sorprese così, a metà di questo pensiero. Istintivamente sollevò gli occhi, prima ancora di realizzare che era inutile e che non sarebbe mai riuscito a vedere la formazione di bombardieri proveniente da nord-ovest.


Gli Avro Lancaster Mk1, micidiali macchine belliche dell’aeronautica militare britannica, volavano in formazione serrata sopra il confine tra Italia e Francia ad una quota di 3500 metri con una velocità di oltre 300 chilometri orari.
Su ognuno di loro un disco rosso, circondato da un anello blu e alto quanto due uomini, splendeva nella luce della luna. Contrassegno della Royal Air Force, più conosciuta come RAF, la coccarda si trovava nella parte finale della carlinga, preceduta dalla sigla “VN” e seguita da una lettera identificativa di colore rosso. A prima vista poteva sembrare un bersaglio per il tiro a segno e forse era stato dipinto sui fianchi dei bombardieri inglesi proprio come beffarda sfida alle batterie contraeree nemiche.
A differenza di quanto consentito ai bombardieri degli Stati Uniti, la cui livrea spesso veniva abbellita dai piloti con immagini ricche di colori e rappresentanti pin-up in pose ammiccanti, sugli austeri velivoli dell’aviazione militare inglese ogni forma di personalizzazione era assolutamente bandita. Sulla discreta verniciatura mimetica erano consentite soltanto altre due coccarde di dimensioni ridotte posizionate nei pressi delle estremità alari e il bordo d'attacco delle medesime bordato di giallo.
 La squadriglia di sei elementi, partita dall'Inghilterra poco dopo l'imbrunire, procedeva ad altezza costante e senza sforzo apparente, favorita da una leggera corrente di quota con direzione sud-est.
A capo della formazione c’era il capitano Charles Handley, un pilota esperto con la fama di essere allo stesso tempo riservato e preciso nello svolgimento delle missioni che gli venivano assegnate. In quel momento stringeva la cloche con polso fermo, limitandosi a dare lievi correzioni, indispensabili per non scostarsi dalla propria posizione al vertice della figura. L'obbiettivo principale si trovava ormai a meno di sessanta chilometri e presto avrebbero iniziato la procedura di discesa, notoriamente la fase più pericolosa di ogni volo offensivo, l’istante in cui era necessario rendersi visibili e pregare nella buona sorte.
 I componenti del suo equipaggio avevano soprannominato il loro Avro, identificato da una anonima lettera F, Hell's Hand, ovvero mano dell'inferno, giocando sul nome del comandante e sull’incarico cui erano stati assegnati: seminare 4000 kg di bombe sul territorio nemico.
 Dopo meno di otto minuti la formazione in assetto da bombardamento, con una traiettoria discendente, attraversò uno strato di nubi sottili e soffici come bruma primaverile e finalmente le luci di Torino apparvero sotto di loro.
Handley stava pensando che, nonostante l’esperienza acquisita, ogni nuova missione presentava degli aspetti nuovi e questa, più di tutte quelle compiute fino ad allora, sembrava non somigliare a nessun’altra. Lui era l’unico a conoscenza degli ordini speciali e la sua consegna era quella di non rivelare a nessuno le particolarità dell’incarico.
Il capitano si voltò verso il secondo pilota, il tenente John Leslye, per accertarsi che tutti gli strumenti fossero sotto controllo. La minaccia della contraerea avversaria non andava presa troppo alla leggera. Il berretto del secondo era inclinato in avanti, come per seguire la discesa in corso e l'espressione del viso dai tratti granitici per un attimo fece pensare al capitano di non essere stato visto. Handley stava pensando di attirare la sua attenzione, quando ricevette in cambio un muto cenno di assenso. Rassicurato dalla concentrazione dell’uomo alla sua sinistra, accantonò momentaneamente ogni altro pensiero e iniziò a muovere i comandi per allontanarsi dal resto del gruppo.
Nessuno dei sette componenti dell'equipaggio parlò, mentre l'aereo riassumeva l'assetto orizzontale, un poco sopra la quota prevista per il primo lancio e a più di cento metri dagli altri Lancaster. Il segnale convenuto che ricevette lo rincuorò: il capitano poteva essere orgoglioso dei suoi uomini.
Se anche erano in qualche modo preoccupati, nessuno dei loro gesti, essenziali e precisi, lasciava trasparire l'intensità del momento.
Erano stati gli inglesi, nella prima fase del conflitto, a ideare la strategia dell’area bombing: un bombardamento a tappeto dei centri abitati con lo scopo di incutere paura e provocare lo sconforto della popolazione civile, nella speranza che il morale del nemico si affievolisse. Ben presto si era passati a definire questa pratica terror bombing, un termine decisamente più adeguato, che rispecchiava il sentimento comune di chi si trovava asserragliato nella propria abitazione o nei pochi rifugi antiaerei, spesso di fortuna, al buio e senza nessun conforto.
L’aeronautica militare dell’Asse non si era certo tirata indietro, dimostrando più volte di poter competere con i precursori di questa tecnica distruttiva. Qualche anno prima, il 14 novembre 1940, centinaia di aerei della Luftwaffe, partiti dalla Germania, avevano bombardato con migliaia di ordigni incendiari ad alta carica esplosiva la città inglese di Coventry, facendo migliaia di vittime e danneggiando più di 50 mila abitazioni. Da quel giorno “coventrizzare” divenne un verbo che significava radere al suolo senza lasciare scampo.
Handley attese che gli altri cinque velivoli si disponessero a loro volta secondo uno schema ormai più che collaudato, la cui sola anomalia era la inconsueta distanza del loro apparecchio, quasi come se si trattasse di un semplice osservatore e non di un bombardiere gravido di esplosivo. Nuovamente assalito da un'inquietudine sottile cui non riusciva a sfuggire e con la speranza di non essere notato, il capitano studiò i lineamenti del suo secondo alla luce fioca degli indicatori di bordo.
Era impossibile capire che cosa stesse pensando.
Handley in cuor suo era certo di potersi fidare, Leslye non avrebbe sbagliato; a bordo degli spartani aerei militari, nel frastuono dei motori, le comunicazioni avvenivano per lo più attraverso segni di intesa e la complicità tra compagni di volo era essenziale per la riuscita dell’impresa. Era accaduto più volte, durante gli addestramenti ma anche nel corso delle missioni operative nei cieli nemici, che un momento di esitazione portasse ad un vero e proprio disastro.
In realtà i timori del capitano erano di natura strettamente personale. Si augurò di aver compreso bene gli ordini e di non essere lui stesso la causa di un errore irrimediabile.
Durante gli ultimi sei mesi trascorsi in volo, prima con gli Halifax e ora con l'ultimo bombardiere strategico concepito dalla macchina bellica britannica, durante le oltre quaranta missioni al suo attivo, non aveva mai ricevuto istruzioni tanto particolareggiate quanto misteriose.
Come per accertarsi che non si fosse trattato di un curioso scherzo della propria immaginazione, sollevò la mano destra all'altezza del cuore per controllare ancora una volta la presenza delle quattro lettere sigillate ricevute prima del decollo da Sir Arthur T. Harris, capo del comando bombardieri di Sua Maestà Britannica. I suoi pensieri erano un turbine di contraddizioni. Da un lato il senso del dovere, dall'altro il dubbio che potesse trattarsi di un tentativo azzardato.
Per quanto la sua fedeltà alla Corona e la sua fiducia nel comandante in capo fosse fuori discussione, Handley non aveva nessuna intenzione di sacrificare sei uomini e un apparecchio per qualche stupido piano congegnato da un oscuro burocrate che non aveva mai messo piede su un bombardiere. Aveva iniziato ad apprezzare quell'aereo fin dalla prima missione, e giorno dopo giorno era arrivato a sviluppare un insolito affetto per l'enorme e all’apparenza sgraziato apparecchio con quattro motori che gli era stato affidato. Era una sensazione difficile da descrivere: quando si trovava in volo si sentiva assolutamente padrone del cielo e del proprio destino. D’altra parte, lui e la Mano Infernale non avevano mai fallito una missione. Confortato da questa sicurezza, riprese il controllo dei propri nervi e osservò in basso.
Non erano più soli, ormai. Lo squadrone aveva percorso il primo giro di ricognizione e ancora prima che questo avesse termine gli aerei erano stati illuminati a turno dalle potenti luci della batterie contraeree.
Stranamente, da terra nessuno dei cannoni fece sentire i propri colpi.
"Effetto Balbo", pensò Handley. Non avrebbero rischiato di colpire qualcuno dei loro velivoli, non prima di avere l'assoluta certezza sull'identità del bersaglio.
Italo Balbo, ambizioso, grande organizzatore, coraggioso, era stato senza dubbio il più brillante tra i giovani dotati di cui il Duce all'inizio si era circondato. La sua nomina, il 26 novembre del 1933, a Governatore della Libia, fu la conseguenza della sua popolarità, divenuta eccessiva. Il Duce non amava avere vicino personaggi dotati di personalità troppo spiccata e la Quarta Sponda era il luogo ideale in cui relegare, peraltro con onore, un uomo che rischiava di far ombra al Capo. Nel corso del diciottesimo giorno di guerra, dopo aver compiuto un volo di missione assieme ad un altro trimotore, Balbo era giunto nei pressi di Tobruk, mentre sull'aeroporto -secondo la relazione resa nota dagli alti comandi militari fascisti- stavano cadendo delle bombe sganciate da bombardieri inglesi in volo ad alta quota. Quasi sulla verticale dell'aeroporto l’aereo di Balbo fu investito da svariati colpi da parte delle batterie costiere e dell’incrociatore San Giorgio. Fu così che l'artiglieria italiana abbatté in volo colui che era stato ministro dell’aeronautica.
Gli inglesi avevano beffardamente ribattezzato l’aviazione del Duce “l’armata delle farfalle”.
Dalla sua postazione a lato di Handley, con le mani mollemente adagiate sui comandi che non aveva mai avuto occasione di usare nelle ultime due ore, il tenente Leslye aveva osservato il movimento degli altri bombardieri con il viso corrucciato di un bambino cui nella notte di Natale è stato sottratto l'albero con tutti i doni.
"Dobbiamo restare qui?" domandò con un gesto rapido della mano sinistra.
La risposta di Handley non si fece attendere, sovrastando per un attimo il ruggito dei propulsori. "Si, sorvoleremo la trota* senza intervenire".
Appena dietro, sedevano il tenente Arnold Bell, ufficiale di rotta, e David Barnes, il tecnico militare incaricato di seguire il movimento della contraerea. Fra tutti i componenti dell'equipaggio, sembrava l'unico in grado di apprezzare quel ruolo di osservatori passivi, non privo di rischi ma certamente meno stressante di quello riservato quella notte ai loro colleghi.
Improvvisamente, prima che il turn-around fosse terminato, i tre Lancaster di testa sganciarono parte del loro carico. Il quarto e il quinto li imitarono con un lievissimo ritardo.
Per quanto veterani con alle spalle numerosi missioni, nessuno nel Hell's Hand poté evitare di guardare. I pesanti involucri di metallo imbottiti di tritolo, invisibili a tutti, raggiunsero il suolo in pochi secondi. Il bagliore delle esplosioni a terra si susseguì formando una striscia luminosa come perle di una collana e il suono delle deflagrazioni superò per un istante quello dei 4 potenti motori Rolls Royce Merlin da 1303 cavalli l'uno.
Alleggeriti di buona parte delle 4 tonnellate di carico, i cinque bombardieri inglesi si sollevarono un poco, per poi ricominciare il tragitto e ripetere il bombardamento, stavolta in senso inverso. Come se fossero stati caricati da decine di arieti infiammati, i bersagli militari, le fabbriche, le case e tutto ciò che vi era contenuto, deflagrarono per la seconda volta e attraverso i finestrini l'equipaggio del sesto Lancaster assistette nuovamente alla risalita dei compagni di volo schierati in perfetta formazione. 
  Leslye studio Handley per un attimo. Gli occhi del comandante sembravano stanchi, ma brillavano per l'attesa.

* "Char", che in inglese significa trota a macchie rosse, era il nome in codice che gli alleati avevano assegnato alla città di Torino.

 "Tocca a noi", disse il comandante.
 Il tenente annuì, istantaneamente ricaricato dalla prospettiva dell'azione imminente, e dettò rapidamente dei dati all'ufficiale alle sue spalle.

Il Lancaster isolato seguì una traiettoria circolare tutto intorno alla collina, apparentemente impassibile davanti alla prospettiva di essere colpito. Con una lentezza angosciante si abbassò ancora, puntando verso sud.
Soltanto Handley sapeva che cosa cercare. Era estremamente rischioso affidare una simile ricerca ad un uomo soltanto, e chi aveva pianificato l'azione doveva averne tenuto conto senza alcun dubbio, ma nella mente di Handley la segretezza imposta dagli alti comandi non fu messa in discussione neppure per un istante.
"Lei, e solo lei, capitano. Si ricordi che nessun altro deve essere a conoscenza di ciò che andiamo cercando" Questa e le altre raccomandazioni ricevute prima della partenza tornarono improvvisamente ad affollare i pensieri di Handley. 
Il quale si sforzò di ignorare i riflessi sul vetro e cercò di forare con lo sguardo il velo nero e profondo che si stendeva oltre il muso affusolato. I piccoli punti luminosi, disposti secondo un ordine prestabilito, stavano per sfuggire agli occhi un poco offuscati del capitano, che quando li vide strinse le palpebre per essere sicuro di non sbagliare nel decifrarli.
"Due", disse ad alta voce. “Sganciare”
Le istruzioni prevedevano un lancio da 1500 chilogrammi su uno specifico punto, lontano dal centro della città devastata. Esattamente sopra alla segnalazione luminosa.
 Senza attendere il suono dell'impatto, un solo istante dopo che il fischio sinistro delle bombe sganciate era cessato, l'aereo siglato VN/F si allontanò dalla rotta prestabilita e sorvolò la collina di Superga. Dal basso, le fiammate dei pezzi di artiglieria puntati su di loro si confondevano con il baluginare dei focolai d'incendio che si stavano propagando in tutta Torino.
Con tutta la grazia concessa ad un apparecchio con 31 metri di apertura alare e 25.000 chilogrammi di stazza, Handley allargò la traiettoria riportandosi in coda alla formazione che si stava già allontanando, seguendo lo stesso percorso compiuto all'andata.
Poi ordinò a Leslye di prendere i comandi.
Nessuno sollevò lo sguardo, nella cabina invasa dal rumore assordante dei motori spinti al massimo per sfuggire al cannoneggiamento nemico, ma tutti videro con la coda dell'occhio Handley estrarre dalla tasca interna della giacca le buste e stracciare il bordo di quella contrassegnata dalla lettera B.
Facendosi luce con una torcia che fino a quel momento era rimasta incastrata nell'alloggiamento tra i due sedili, il capitano prese visione del contenuto, un singolo foglio con poche parole dattiloscritte, e infine annuì. Poi si rivolse agli altri, senza parlare a nessuno in particolare.
"Seguire la rotta di ritorno. La nostra missione sta per cominciare e non abbiamo molto tempo."

Ormai si aspettava di vederlo apparire da un momento all'altro.
Al suo sguardo sbarrato si presentò dapprima come un profilo quasi indistinguibile, poi sempre più nitido, come un'immagine fotografica che emerge nello sviluppo e viene a formarsi davanti agli occhi.
Si fermò per un istante. Non temeva di avere sbagliato, ma nel suo cervello continuava a mulinare la giostra delle possibili eventualità che si sarebbero potute creare.
Aveva assistito al passaggio dei bombardieri nemici verso Torino senza riconoscerne il tipo dal rumore dei motori che ne avevano rivelato la presenza. Avevano terminato la prima parte della loro missione, lo aveva capito quando aveva sentito in sottofondo il rombo sommesso delle esplosioni, simile al borbottio di un temporale lontano, ma immensamente più inquietante. Avevano colpito nel tentativo di eliminare una determinata persona, un solo uomo in fuga a causa del quale l'intera città aveva sofferto in quella notte sabbatica. Le bombe inglesi erano per lui, ne era certo.
Scacciò questi pensieri e si concentrò sulla costruzione che aveva di fronte.
Si trattava del migliore esempio di fortificazione costruita a ridosso del confine con la Francia, a giudicare dalle planimetrie cui aveva potuto accedere.
Le quattro postazioni di combattimento, unite nel sottosuolo da un reticolo di cunicoli di comunicazione e costruite in calcestruzzo compatto offrivano un'adeguata protezione contro i tiri di sfondo. La posizione principale, disposta al centro, disponeva di quattro cannoniere per pezzi di piccolo calibro e di altrettante mitragliere. La disposizione tattica si apriva a ventaglio in modo da disporre di un ampio angolo di tiro, sufficiente ad impedire di essere colpiti da più punti. Oltre alle numerose riservette singole, al livello inferiore si trovava un deposito principale per le munizioni, scavato nella viva roccia, su cui poggiava l'intera struttura.
Fontesa sapeva che numerosi elementi della truppa, su un totale di trentaquattro soldati del Regio Esercito Italiano di stanza nel forte, erano impegnati nell'avvistamento. Di li ad un istante lo avrebbero notato.
Si rallegrò delle informazioni in suo possesso, di certo il comandante della fortezza non lo avrebbe condotto a fare un giro di cortesia. Si aspettava un'accoglienza formale, commisurata al grado.
 Lui, dal suo canto, non desiderava altro. Prima del sorgere del sole avrebbe ricevuto il messaggio conclusivo, l'ultima informazione necessaria per portare a termine la missione che gli era stata affidata.
 Ancore poche ore e sarebbe finita.
 Cercò di rilassarsi, ma fu inutile. Pensò che per tranquillizzarlo non sarebbero bastate queste poche certezze, messe a confronto con i troppi dubbi irrisolti e con le incognite che presto avrebbe dovuto affrontare.
 E poi: poteva la fortificazione 15 bis, postazione di Pampalù, a sei chilometri dal confine francese, rappresentare un adeguato rifugio per lui?
Era arrivato il momento di farsi vedere. Avanzò ancora di un passo, fece scattare i talloni l'uno contro l'altro e rimase immobile.
"Altolà, chi va la?" La voce forte e decisa perforò il velo oscuro per giungere fino alla figura stagliata contro il cielo.
"Tenente colonnello Alberto Fontesa"
Si udirono svariati comandi rimbalzare dietro alla feritoia di avvistamento, voci che si affievolivano, allontanandosi fino a scomparire nelle viscere della postazione.
"Altolà" L'ordine fu ripetuto con minore convinzione.
Dopo meno di un minuto, contrariamente a quanto si era aspettato, la luce di un faro a gasogeno lo illuminò in pieno. Fontesa si irrigidì nuovamente in una posa simile ad un saluto militare. Da dietro al cono luminoso si fece avanti un'ombra di cui non riusciva a scorgere il viso, ne l'uniforme.
"Tenente colonnello, si faccia riconoscere"
Per quella missione misteriosa non era stata assegnata nessuna parola d'ordine assurda o ridicola. Mostrò la tessera avuta a Roma due giorni prima, che lo qualificava “in missione per conto di Sua Maestà il Re" e fu l'uomo che aveva di fronte a scattare sull'attenti.
"Tenente Veronese ai vostri comandi, signore"
La procedura fa acqua da tutte le parti, pensò Fontesa. Era troppo stanco per pensare a quanto era rischioso affidare la propria vita ad un tesserino. Qualunque agente nemico poteva averlo aggredito, torturato, costretto a rivelare ciò che sapeva e infine aver preso il suo posto.
Non c’erano fotografie del suo aspetto attuale e se questo in un primo tempo lo aveva tranquillizzato, perché secondo il piano che gli era stato imposto doveva rappresentare un vantaggio muoversi da perfetto sconosciuto, ben presto Fontesa si era reso conto del rovescio della medaglia: non ci sarebbe stato nessun sistema sicuro per evitare uno scambio di persona.
Fu costretto a ripetersi che tutto stava andando per il meglio, almeno fino a quel momento.
"Conducetemi dal comandante della postazione"
Veronese si fece da parte, cedendo il passo. Inquadrato nel vano della pesante porta corazzata che si apriva sul fianco della torretta, un uomo in divisa da capitano attendeva pazientemente.
"Siete il tenente colonnello Alberto Fontesa?"
"Sono io"
Il militare si esibì nel suo migliore saluto, che come i precedenti si perse nel silenzio del bosco. Era alto quasi quanto Fontesa e di aspetto giovanile. Doveva essere arrivato da poco in quel luogo: la divisa della giusta misura aveva ancora tutti i bottoni allineati e i pantaloni sembravano appena stirati.
"Ho ricevuto il dispaccio con la notizia del vostro arrivo. Sono il capitano Rinaldi"
"Comandate l'avamposto?"
"Solo per il momento. L'ordine di servizio mi autorizza a condurre le operazioni fino alla vostra partenza. Spero che questo non sia un problema, che non ci sia nulla in contrario…"
"No, per niente", lo interruppe Fontesa.
Un campanello d’allarme aveva iniziato a suonare nella mente di Fontesa. Un giovane capitano insicuro e di poca esperienza lasciato senza ordini precisi a guida di una postazione di importanza strategica…dove si trovava il comandante in capo? Aveva avuto sentore del pericolo che il passaggio di Contesa poteva rappresentare e aveva lasciato il luogo per sicurezza? Oppure era stato rimosso frettolosamente per evitare il suo coinvolgimento? Altri dubbi che difficilmente avrebbero avuto una risposta, concluse Fontesa tra sé e sé.
 I due soldati di picchetto con il moschetto a tracolla si scostarono e lasciarono entrare i tre ufficiali nell'angusto passaggio.
Il corridoio principale si apriva sulla destra, di fronte alle due feritoie di avvistamento, a lato del camminamento protetto che metteva in collegamento il corpo principale con le altre torrette. Era scavato nella roccia, scendeva con una discreta inclinazione e aveva gradini grezzi dall'alzata ridotta a pochi centimetri. Fontesa cercò di orientarsi nella penombra.
 L'illuminazione proveniva da un locale al fondo del cunicolo, dove si diressero subito. Il percorso di discesa proseguiva sulla sinistra per altri due livelli, da quanto aveva potuto ricavare dalle planimetrie. Una volta entrato nella camera sotterranea, Fontesa rimase colpito dalle pareti, lisce e bianche, che delimitavano un vano a forma di cubo di quattro metri per quattro con al centro una scrivania di legno grezzo e due sedie.
"L'arredamento è spartano, capirete..." Veronese, che era rimasto per ultimo, si fermò sulla soglia, come per impedire che qualcuno potesse disturbarli. Fontesa e Rinaldi si sedettero, uno di fronte all'altro, il tenente colonnello fece scivolare gli spallacci dello zaino verdastro e con sollievo riacquistò la sensibilità dei muscoli intorpiditi. Adagiò il fardello con cura sul pavimento di roccia grezza senza segni di umidità e squadrò il suo anfitrione.
"Avete avuto problemi nel rintracciare la posizione?", domandò il capitano.
Fontesa trovava abbastanza inutile quella deferenza, e avrebbe voluto abbandonare l’uso del “voi”, inoltre avrebbe voluto rispondere che non si trattava di questioni rilevanti e che per loro era meglio conoscere il meno possibile di tutta la faccenda. Poi decise di non mettersi immediatamente in contrasto.
Quegli uomini non lo sapevano, ma stavano mettendo a repentaglio la loro vita per lui.
"Nessun problema. Senza mostrine sono passato indisturbato. L'ultimo ad avermi visto quando era ancora giorno è stato un contadino seduto sulla soglia di una baita, qualche centinaio di metri più in basso. Ma non si è interessato a me, ne alla direzione che ho preso. Ho avuto cura di seguire un percorso che mi permettesse di rimanere al riparo nella foresta, e mi sono fermato più volte per assicurarmi che nessuno mi stesse seguendo"
"Se lo desiderate possiamo condurvi nella sala adibita a mensa ufficiali. O preferite riposare?"
Fontesa avrebbe volentieri dato un occhio per poter trascorrere le successive ventiquattro ore in una stanza buia e insonorizzata. Invece sollevò il mento e parlò cercando di mascherare la stanchezza che lo aveva assalito nel momento stesso in cui si era seduto.
 "Nessuna delle due cose. Partirò al più presto, attendo un messaggio entro le sei e per stanotte non ho bisogno di nessun riguardo particolare"
Il tenente Veronese tossicchiò nervosamente per attirare l'attenzione. "Riprendo la mia postazione in avvistamento", disse.
 Fu congedato con un rapido cenno di mano di Rinaldi.
La sensazione di costante pericolo che aveva provato fino alla nausea, la sgradevole consapevolezza di trovarsi allo scoperto in cima ad una collina a pochi minuti dall'arrivo di un tornado, riaffiorò in Fontesa.
"Avete notato movimenti nelle ultime ore?", domandò.
Sentì, più che vederla veramente, una lieve esitazione nel comandante. Rammentò di aver avuto lo stesso scrupolo meno di due minuti prima e non vi prestò particolare attenzione.
"Nessuno. Ne in entrata ne in uscita"
Nessuno. Tranne uno stormo di bombardieri che sfrecciano sopra le nostre teste, pensò Fontesa.
Quasi come per materializzare il suo pensiero, un urlo di allerta scosse il piano superiore. Fontesa ostentò tranquillità e fu quasi sul punto di prendere una sigaretta dal proprio taschino, come per esorcizzare la presenza che ormai aveva iniziato a percepire sotto la pelle, prima ancora che l'udito potesse confermagliela.
Rinaldi corse di sopra, senza curarsi dell'ospite. Il soldato nella prima torretta lo accolse con un ghigno indefinibile.
 "Apparecchi nemici in avvicinamento, signore"
Il capitano si sentì chiamare da basso. L'ufficiale riapparve nell'ufficio disadorno in pochi secondi, un poco trafelato.
"Nessun problema, tenente colonnello, abbiamo un oscuramento pressoché totale. E la postazione è già stata bombardata altre volte, senza riportare danni."
Poi si bloccò. Perché se in un primo tempo non aveva fatto caso più di tanto all'arma che Fontesa stava controllando e che sorreggeva con la mano sinistra puntandola contro il soffitto, ora si era reso conto che qualcosa non andava.
Non si trattava della normale arma d'ordinanza. Rinaldi aveva potuta vederla solo due volte nella sua carriera nell’esercito, ma non ebbe dubbi nel riconoscerla.
Una Brownin F.N. High Power.
La pistola, progettata a partire dal 1923 dietro precisa richiesta del Ministero della Guerra francese, era una delle più ricercate ed apprezzate armi automatiche. Disponeva di un caricatore da 13 colpi ed era nota per il limitato rinculo quanto per l'estrema precisione.
Faceva parte della dotazione militare di svariati paesi, nessuno dei quali era alleato con l’Italia.
E un esemplare adesso si trovava nelle mani di un ufficiale del Regio Esercito.
Rinaldi scrutò il volto del superiore in attesa di un cenno che gli consentisse di capire meglio, ma l'espressione decisa non lasciava trapelare la minima emozione.
"Ascoltatemi con attenzione." Fontesa parlò senza alzare gli occhi dall'arma. "Devo riferirvi una notizia della massima importanza. Riguarda la mia possibile morte. E sopratutto ciò che ne potrebbe seguire"
Il viso di Rinaldi si irrigidì sempre più, mentre il tenente colonnello esponeva i dettagli di un'operazione che andava al di là di ogni possibile immaginazione.

Sfavoriti dal vento, i quadrimotori inglesi avevano percorso il tragitto in un tempo maggiore che non all'andata. Il Lancaster con la sigla VN/F, si trovava fuori dallo formazione ma stavolta in coda. Dove i suoi movimenti sarebbero stati notati di meno dagli altri componenti dello squadrone.
Il capitano Handley accennò al secondo pilota, che strinse i comandi con rinnovato vigore. Era il momento di comunicare il bersaglio. Il primo dei tre elementi addetti al puntamento ricevette le informazioni senza battere ciglio. Non gli importava più di tanto quale era il loro obbiettivo, gli restava soltanto da risolvere il problema di come individuarlo con una certa approssimazione.
Il comandante cercò di essere il più preciso possibile. "Le tre luci saranno a più trecento, duecento e cento, chiaro?"
"Chiaro. Sarà come sputare in un lavandino tenendo la fronte sul rubinetto. Non posso sbagliare", rispose l'altro.
Handley si augurò che non si trattasse di una spacconata. Conosceva l'uomo soltanto da due missioni, si sarebbe fidato più di Gorgh o di Rutherford, ma anche riguardo questo particolare gli ordini erano stati assegnati con estrema precisione.
Quello doveva essere il puntatore e lui non si sarebbe certo opposto.
 Handley tornò al suo posto e si sistemò come meglio gli consentiva il seggiolino, non prima di aver avvisato Leslye che ci sarebbero voluti alcuni passaggi ripetuti. Dopo meno di venti secondi udirono il comando impartito dal militare dietro a loro e la prima delle cinque bombe rimaste a bordo iniziò la discesa verso terra. La mano dell'inferno aveva ricominciato a seminare morte e distruzione.

Nella torretta principale, identificata dal numero Tre, Rinaldi scrutava la porzione di cielo visibile al di là dalla sottile feritoia.
Mentre ascoltava il suono cupo dei motori e il turbinare delle eliche sempre più vicine, segno inequivocabile che il bersaglio era proprio il Pampalù, nella sua mente riecheggiò il contenuto della rivelazione appena udita da Fontesa, in particolare le ultime parole.
 Forse aveva ragione. Una postazione difensiva pensata e costruita per sopportare i colpi di cannone dell'avversario posto di fronte poteva cedere ad un bombardamento aereo.
Maledizione, pensò Rinaldi, sono qui da nemmeno un giorno e sto per collaudare sulla mia pelle la tenuta di questo cemento.
Poi la rigida istruzione ricevuta all'accademia militare ebbe il sopravvento; decise di non pensare all'eventualità peggiore, la perdita dei suoi uomini, e cercò di concentrarsi su quello che restava da fare.
Con una logica dettata più dall’istinto che dall’esperienza, aveva assegnato una postazione precisa e compiti equiparati alle personali esperienze a tutti i soldati e purtroppo il pensiero che non avrebbero avuto modo di contrastare l'attacco con un cannoneggiamento contraereo, compito per cui la fortezza non era stata pensata, gli fece tornare alla mente le più funeste profezie.
Soltanto la solidità della struttura poteva salvarli.
Non perse tempo a domandarsi perché proprio loro erano stati scelti per dover subire un simile destino, ma ebbe modo di riflettere per alcuni lunghi momenti su come, a dispetto dell'assoluta invisibilità regalata dalla notte, gli aerei inglesi avevano potuto puntare su di loro con tanta sicurezza. Attese con una freddezza che non credeva di possedere la fine del primo sibilo e la deflagrazione.
Rinaldi non poteva saperlo, ma le bombe inglesi che erano state destinate a loro disponevano, oltre che di un'enorme quantità di esplosivo, di un'ogiva estremamente pesante e di alettoni angolati in maniera tale da farle ruotare su se stesse durante la caduta. In questo modo la bomba diveniva come un'enorme punta di trapano in grado di penetrare il terreno per diversi metri. Una spoletta ritardata la faceva allora brillare con risultati devastanti.
Così, dopo il suono sordo provocato dall'impatto con il suolo, per un breve momento colmo di panico e sgomento, tutti pensarono che il primo ordigno fosse difettoso e che non sarebbe esploso.
Non ci fu neppure il tempo di un respiro.
Fu come se un immenso pugno avesse colpito la postazione, giungendo dalle viscere della montagna. Rinaldi sentì l'urto senza poter realizzare ciò che stava accadendo, ed ebbe la sconvolgente impressione che i suoi organi interni si fossero improvvisamente messi a correre.
Tutti gli uomini nel suo raggio visivo caddero a terra e lui riuscì a non perdere l'equilibrio soltanto aggrappandosi al bordo della feritoia. Le urla che provenivano dal secondo e dal terzo livello gli rivelarono che qualche muro interno era crollato, travolgendo dei soldati. Gli uomini rimasti a quel piano pensarono soltanto a coprirsi in vista di ulteriori colpi. Più in basso, coloro che erano ancora vivi si misero immediatamente all'opera per cercare di estrarre i compagni dalle macerie e per crearsi un varco verso la superficie.
Rinaldi si rammaricò di non poter fare niente per loro e nel medesimo istante il secondo fischio giunse alle sue orecchie.
Fu meno lungo del primo. A causa del perdurare del rombo precedente i suoi timpani si erano accorti del suono soltanto nell'ultimo stadio di avvicinamento. Questa seconda bomba ebbe un effetto ancora più devastante. L'aria fu spazzata da un pandemonio di morte ululante e brutale. Le schegge provenienti dal basso raggiunsero due uomini alla sua sinistra, allargando ampie macchie rosse sulle divise ormai sporche di polvere grigia.
Anche colpendo un poco a lato della struttura, gli ordigni riuscivano comunque a spazzare le pesanti pareti e a provocare una reazione a catena lungo tutti i camminamenti, sconvolgendo contemporaneamente le quattro postazioni. Fontesa apparve dalla scala con il volto graffiato.
"Tornate di sotto!" Rinaldi urlò con tutto il fiato che ancora gli era rimasto nei polmoni e il suono ovattato della propria voce che rimbalzava nella torretta gli diede la consapevolezza di essere diventato parzialmente sordo.
"Stanno distruggendo la postazione facendo esplodere le camere interrate. Fate uscire gli uomini" Le labbra di Fontesa gli consegnarono un messaggio che ben conosceva, avendo già preso in considerazione l'eventualità.
A Rinaldi sembrava di vivere un incubo. Gli attraversò la mente l'immagine della riserva di munizioni che veniva centrata ed esplodeva scaraventando l'intera struttura giù dalla montagna in un rigurgito di fuoco degno di un vulcano in attività.
Doveva fare qualcosa.
Un sibilo quasi identico ai precedenti gli impedì di agire.
Questo sembrava doppio, come se avessero sganciato due ordigni contemporaneamente. L'ondata di fuoco si abbatté sul Pampalù con la potenza di un terremoto. L'impatto, seppure annunciato, colse i sopravvissuti di sorpresa.
Il rombo cupo e la vibrazione iniziale squassarono la fortezza aprendo minacciosi varchi nel fianco delle pareti di cemento. Il fumo eruttò dai livelli inferiori, annunciando le prossime deflagrazioni provocate dalle munizioni ammassate nei depositi. Centinaia di chilogrammi di cemento, ferro, legno furono scaraventate in ogni direzione rimbalzando all'impazzata sulla roccia e facendola risuonare sinistramente. Con la forza dettata dalla disperazione, Rinaldi ignorò le vibrazioni che gli stavano facendo battere i denti e urlò in direzione dell'unico soldato rimasto in piedi al suo fianco.
"Cristo...Vai alla torretta Due, fai evacuare l'intera struttura. Devono uscire tutti!"
Non si augurava di trovare qualcuno vivo nelle altre torrette ormai, la Tre era di tutte la più fortificata, ma doveva almeno tentare. L'ordine di abbandono era rimasta l'ultima delle opportunità cui fare appello, un tentativo che gli avrebbe attirato addosso infamia e disonore. Ma almeno avrebbe salvato qualche uomo.
"Forse possiamo impedire alle munizioni di esplodere svuotando la cisterna" disse ad alta voce.
Intorno a lui nessuno si mosse, i corpi ricoperti di calcinaccio rimasero immobili.
"Maledizione!" Fontesa ruggì stringendosi il fianco con un braccio. Si ritrovava in piedi su una montagnola di detriti e di cadaveri, gli abiti stracciati in più punti e lo sguardo incredibilmente calmo. Una macchia di colore granata si stava allargando lentamente sul suo ventre.
"E' grave?"
"Preferisco non saperlo. Ricordatevi di ciò che ho detto. Questa carneficina non deve svolgersi per niente, il nemico non deve averla vinta su di noi. La missione ha troppa importanza, mi dispiace non potervi dire di più."
 I brandelli della frase del tenente colonnello si raggrupparono nel giro di due secondi nella mente di Rinaldi, che deponendo il rispetto dovuto al superiore rispose sprezzante.
"Se ne avrete voglia lo farete quando sarà tutto finito, a me adesso non interessa"
"Invece dovrebbe, stiamo cercando di salvare l’Italia"
Un altro proiettile, come un portatore di morte annunciato, stava per investirli.
Il soldato riapparve, zoppicando visibilmente, con un fazzoletto stretto contro la tempia a tamponare un'emorragia copiosa.
"Capitano, di sotto sono tutti morti. Nessuno è riuscito a salvarsi" Rinaldi non ebbe bisogno di ragionare, era giunto alla medesima conclusione sin da prima.
"Dio, è una cosa incredibile. Non sono sicuro che per salvare questo paese si debbano far morire i nostri giovani migliori. Dia l’ordine, caporale!  E' il momento di uscire" Le parole del capitano solcarono il silenzio sceso nell'avamposto fatto a pezzi.
Avevano dimenticato l'ultimo sibilo.
L'angolo in cui si trovava la massiccia porta rinforzata che conduceva verso l'esterno, verso cui i tre si erano rivolti, scomparve in un attimo trasformandosi in una nube di frammenti infiammati. L'onda d'urto investì di striscio Rinaldi, che si trovava davanti a Fontesa. Furono entrambi spinti contro la parete già abbondantemente provata dagli scoppi. Il soldato semplice si dissolse, squarciato dall'immensa mannaia che lo travolse in pieno. Massicci frammenti di cemento rotearono nello spazio ristretto, scontrandosi tra loro prima di cadere rimbalzando e rotolando verso il corridoio inclinato. Il fumo grigio sprigionato dal materiale infiammabile si sparse in ogni dove, mescolandosi al nero della notte.
Poi, tutto ebbe fine.
Al pari delle altre torrette, la numero Tre appariva come un crivello fumante e baluginante di fuochi che presto si sarebbero dissolti nel nulla e il rombo ovattato degli apparecchi inglesi lasciò la valle di Susa per fare ritorno alla base di partenza.

L'interno della fortezza, o almeno ciò che ne era rimasto, era un groviglio indescrivibile e grottesco di ferro contorto e squarciato, di blocchi di cemento frantumati e anneriti e di corpi senza vita orrendamente mutilati. Il silenzio era rotto soltanto dal crepitare del materiale infiammabile che si consumava lentamente.
 Le deboli fiammelle rossastre illuminavano la scena dando all’insieme un aspetto spettrale. Su tutto aleggiava un pesante senso di desolazione, alimentato dal pensiero di quanta sofferenza avevano provato gli uomini che erano morti in quel luogo.
Fontesa, rovesciato a terra dall’onda d’urto dell’ultima e definitiva esplosione, sommerso dai detriti, scostò il frammento che gli impediva di muovere il braccio sinistro, appena in tempo per rendersi conto che si trattava della testa del capitano Rinaldi.
 Rimpianse di essere stato causa di quella distruzione e si pentì di non essere morto anche lui, come gli uomini cui era toccato di pagare quel conto troppo alto.
Al colmo della disperazione, si sentiva schiacciato dalla consapevolezza che tutto fosse finito. In ogni senso.
Il dolore che si irradiò dalla schiena fece pensare ad una frattura definitiva, invece riuscì a mettersi seduto, constatando di poter ancora muovere il braccio destro e di possedere un'adeguata sensibilità alle gambe. Il corpo del capitano aveva fatto da scudo ed evitato danni peggiori.
Doveva a quell'uomo e alla sua truppa più che la vita. Dopo poco più di un minuto trascorso a liberarsi dal materiale che gli intralciava i movimenti, riuscì ad alzarsi in piedi.
Con un lampo degli occhi verdi, scrutò verso il corridoio, rinvigorito dalla prospettiva di vendicare quelle morti e di portare a termine la missione che gli era stata affidata. Stava per avviarsi alla ricerca del proprio zaino, quando l'istinto che lo aveva avvisato dell'arrivo dei bombardieri gli rivelò nuovamente che il pericolo era lì, vicino a lui.
Evitò di domandarsi di che cosa si trattava, non fece altro che estrarre la F.N. High Power ed accucciarsi a terra, non senza che una serie di dolorose fitte gli ricordasse ancora una volta ciò che era accaduto.

Non avrebbe retto un colpo di più.
Gli inglesi avevano fatto un bel lavoro.
L'uomo vestito da contadino si avvicinò lentamente ai resti della postazione, aggirando brandelli di uniforme, parti di armi tranciate e intere sezioni di parete scagliati in aria dalle deflagrazioni e ricaduti pesantemente a terra.
Una vera e propria  voragine si apriva di fronte a quella che era stata l'entrata della torretta numero Tre, la più vicina al sentiero da cui era arrivato. La struttura si presentava come un guscio d'uovo, aperto da un pulcino frettoloso e subito abbandonato al suo destino.
Il contadino decise di non correre rischi e nella sua mano apparve un revolver di fabbricazione italiana. A meno di dieci passi dalla grande buca, i suoi occhi si abituarono alla poca luce e realizzò ciò che restava di tutto l'insieme.
La fortezza era scomparsa. Pareva risucchiata dalla roccia, masticata dalla stessa montagna su cui aveva fatto affidamento e su cui aveva poggiato le proprie fondamenta. E il pasto non era stato di totale gradimento, perché parte dello scheletro annerito era stato vomitato, questa fu la sua impressione. Ma il suo interesse era un altro.
Si guardò ancora intorno, alla ricerca di tracce di vita. Niente.
Ma per averne la certezza doveva necessariamente fare violenza sul proprio istinto di conservazione ed entrare.
Al primo passo verso quello che era stato il muro perimetrale esterno, udì un suono che non avrebbe dovuto esserci. Lo scatto di una pistola automatica. Possibile?
Scelse di non rischiare e rimase fermo, parzialmente invisibile dietro alla cortina fumogena formata dalla polvere di cemento che soltanto in quel momento stava cessando di vagare e si stava posando a terra.
La figura nera si stagliò contro l'orizzonte fatto di stelle, oltre il pendio degradante che portava verso la Francia. Apparve all'improvviso e il contadino si domandò se non era già stata lì fin dal primo momento, senza essere vista.
Non ci furono parole.
Le due sagome umane si fronteggiarono per un lungo istante senza potersi riconoscere.
Entrambi i profili rivelavano il braccio destro alzato per mirare.
Il richiamo stridulo di un rapace notturno fu il loro segnale. Due spari gemelli echeggiarono nel pianoro dove fino a pochi minuti prima si era scatenata una devastante ondata di fuoco e risuonarono minuscoli al confronto con l'orgia distruttiva appena terminata.
Dei due, uno soltanto rimase in piedi. 

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